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BRYAN
 

L’ottavo capitolo dell’esperienza di Paolo Zanolla che ci scrive da San Lorenzo, dove resterà ancora fino a fine mese. Poi tornerà a Borbon dove metterà da parte le esperienze dell’ospedale e riprenderà i recorridos medici lungo il fiume e i lunghi cammini al seguito dei missionari.

Non era mia intenzione scrivere ancora di scene del pronto soccorso. Avevo già in mente di parlarvi della maternità, degli incontri e delle situazioni che ogni giorno vivo lì. Dopo quello che ho vissuto, però, mi sono sentito come in dovere di raccontarvelo per ricordare insieme a voi le tante altre storie, dell’Ecuador, di Haiti, del Kenya e purtroppo anche dell’Europa, dietro casa nostra o tra le vie e le periferie delle nostre città, che non terminano con il lieto fine. C'è una scena che ho ancora ben nitida negli occhi. L’ho vissuta ormai 6 anni fa, a Nanyuki in Kenya nella Tumaini Children's Home, la casa per bambini HIV+ dove ho trascorso 40 giorni. Ricordo con precisione il chiasso, le urla, noi che corriamo verso il giardino interno del centro e la mia amica Monica che corre veloce verso il dormitorio femminile. Una delle bambine si stava ormai spegnendo nel letto e quando siamo arrivati anche noi non respirava più. Questa scena, stasera, mi è tornata improvvisamente in mente con tutta la sua gravità. Mentre ero io questa volta a correre nel giardino interno dell'ospedale, con un’atmosfera così simile a quella di 6 anni fa... Correvo dall'emergenza verso la pediatria per recuperare gli strumenti e poi di nuovo come un lampo verso l’emergenza. Poco prima infatti, quando ancora mi trovavo in ginecologia, ci avevano detto che in emergenza un bambino di 2 anni stava male: era disidratato e respirava con difficoltà. Nessuno riusciva a “prendergli” la vena, per potere infondere liquidi e reidratarlo.

L'anestesista, che in quel momento era lì con me, si avvia per valutare la situazione ed io lo seguo. Non sembrava tuttavia, da come ce ne avevano parlato, una cosa grave. Invece, era molto peggio di quello che mi aspettavo. Intorno al bambino c’erano quattro infermiere e due medici, che invano cercano di trovare una vena in qualunque posto.
Il bambino che aveva già la maschera dell'ossigeno, respira con molto fatica, con stridori e rumore. E' spento. Non reagisce. L'anestesista decide allora di fare un taglio nel braccio per andare a trovare la ven. Inesistenti! Completamente collassate. Intanto il bambino peggiora, il respiro si fa sempre più affannoso fino a cessare completamente.
Appoggio lo stetoscopio sul petto... non si sente più battito. Da quel momento lì parte la mia corsa verso la pediatria per recuperare alcuni strumenti di rianimazione. L'anestesista cerca di intubarlo, ma per diverse difficoltà è impossibilitato. Mi chiede di iniziare il massaggio cardiaco mentre lui con il pallone l'aiuta a respirare. Intorno a noi ci sono le infermiere e gli altri due medici di guardia tutti concentrati e impegnati a seguire le direttive e le richieste dell’anestesista che dirige la scena. Più in là, i genitori, gli amici, i parenti... Andiamo avanti per un po'. Guardo l'anestesista sudato e preoccupato, le sue mani che ritmicamente inviano aria ai polmoni del bambino. Guardo le mie mani che su e giù cercano di risvegliare il cuore. Guardo gli occhi spenti e fissi del bambino rivolti verso il soffitto.

Tutto questo finchè capiamo che è finita. Che dobbiamo fermarci.
L'altro medico ascolta il cuore. Niente! La madre capisce e inizia piangere. Fra tutti noi regna silenzio. Io rimango per un po’ a testa bassa a guardare il bambino, il letto, il vuoto... E pensare che fino a un’ora prima invece la giornata correva colorata e allegra. Quel giorno, per la prima volta, in modo indeciso e impacciato ho atteso io il parto, con la preziosa e fondamentale collaborazione dell'ostetrica. È stato un parto intenso e partecipato di una mamma che ha vissuto le ultime ore di travaglio esausta, tra grida e sudore.
Fra una contrazione e l'altra mi chiedeva di andarle vicino per farle un massaggio ai fianchi, in regione sacrale per alleviarle un po’ il dolore finchè passava e lei, stanchissima, si addormentava fino alla contrazione successiva...

E alla fine, quando il bambino è nato, è stato emozionante avvicinarlo alla mamma che esausta, ma felice l’ha guardato con il sorriso e gli ha detto "Hola Bebè". Un momento di gioia pura! Quando la sera più tardi sono tornato a casa, ripensavo alle ultime scene in emergenza, alla mattina in maternità e come la vita e la morte si mischiano e sfumano nel quotidiano; due facce di questa grande avventura che è la nostra vita. Pensavo a quante mamme nel mondo in quello stesso istante salutavano commosse il loro bimbo appena nato e a quante abbracciavano con le lacrime il corpo senza vita del figlio spento da una malattia, dalla fame, dalla guerra, dalla violenza...

E la domanda che mi viene in mente non è “dove è Dio?”, come spesso si sente dire, ma “dove siamo noi?”.

"Dategli voi stessi da mangiare", dice Gesù ai discepoli preoccupati davanti a una moltitudine di gente affamata.

Solo se con fiducia mettiamo a disposizione noi stessi, con i nostri limiti e talenti, i nostri pochi pani e pesci, avverranno le cose più grandi , la moltiplicazione dei doni, le possibilità e le opportunità.


...La madre capisce e inizia piangere. Fra tutti noi silenzio. Io rimango per un po’ a testa bassa a guardare il bambino, il letto, il vuoto..

- "Signora come si chiama il bambino?" - chiedo a bassa voce. - "Bryan".



Picture by: Paolo Zanolla

 

 
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